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Il “male” e il fascismo nell’ultimo
Pasolini
(riflessioni da Salò e Petrolio)
(pubblicato
su Amnesia Vivace, rivista on-line n°16, 12-2005 ISSN 1722-2737)
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Salò rappresenta cinematograficamente il “male”, e lo fa dandogli
la veste storica del fascismo repubblichino. Il fascismo è l’immagine
chi si accompagna al concetto di “male” per farne un significante
riconoscibile. Il punto da indagare è se la scelta pasoliniana di
adottare il fascismo come forma storica - incarnazione – del “male”, sia
mirata ad una condanna assoluta del fascismo oppure sia semplicemente
dettata dalla necessità di “vestire” storicamente e socialmente il
“male”, ovvero farlo apparire nella Storia attraverso l’uso di un
qualunque momento storico dell’umanità. In realtà il “male” in Salò
trascende il fascismo e l’esperienza storica repubblichina. Il “male” in
Salò non è in alcun modo un documento storico e soprattutto è
avulso dalla Storia perché se nella Storia si manifesta - di qualunque
momento si tratti – della Storia si disinteressa: non ha finalità
teleologiche, non risponde ad un disegno di conquista dell’umanità in un
contesto manicheo di lotta tra tenebre e luce. Il “male” di Salò,
il “male” pasoliniano, è autoreferenziale, vive di se stesso, è
interessato solo a se stesso. È come un buco nero, un vortice che attrae
tutto a sé e nulla rilascia. La pianista che si getta nel vuoto di
fronte alla scena finale delle torture collettive è emblematica in
questo senso: il suo movimento è verso il luogo delle torture, non è a
fuggire da esso. La pianista si lancia verso il “male” e vi si annulla
perché dopo averlo visto all’opera non può darsi alla fuga, perché non
potrebbe più vivere gestendo quella parte di “male” che ormai è in lei,
è entrato attraverso i suoi occhi, alberga nella sua memoria. Il “male”
in quella forma così assoluta non lo si può gestire, divora. Altrettanto
vale per le figure dei quattro “signori”. Questi, più che essere uomini
che consapevolmente scelgono da dare “male”, sono strumenti
inconsapevoli di qualcosa che li trascende: dal “male” sono agiti e
posseduti. Nel film non hanno alcuna vestigia di umanità, sembrano
semmai demoni che non godono semplicemente per il male che arrecano ma
godono perché essi sono il “male” che si manifesta e che vive colpendo
chiunque, a partire da se stessi. Non hanno nessun interesse verso le
loro vittime, non sono mossi da odio personale o politico verso loro,
semplicemente hanno bisogno di vittime perché il “male” non può
manifestarsi senza queste, e se stessi sono vittime felici delle proprie
depravazioni inenarrabili. Al “male” interessa esclusivamente l’atto
maligno, ed è questo un atto che vive il suo limite proprio nella
Storia: «noi vorremmo uccidervi per l’eternità» dice ad un certo punto
uno dei quattro carnefici. Il “male” tende quindi ad eternarsi, a
divenire principio fuori dal tempo.
C’è una sorta di forza centripeta che muove la struttura del film e che
come in un gorgo aumenta di intensità proporzionalmente al suo procedere
verso l’atto finale che tutto ingoia. All’inizio c’è la Storia ma è solo
un pretesto: si parte da immagini riconducibili al fascismo e alla
guerra, i rastrellamenti, Salò, Marzabotto, e si finisce con un’apoteosi
maligna che è fuori da qualunque riferimento storico, è l’inferno. Il
Pasolini di Salò non è storico né sociologo, è semmai un uomo in
preda ad una visione a carattere apocalittico. Ma come San Giovanni,
Pasolini è un artista, non un passivo “megafono di Dio”. La sua è
un’estasi che controlla razionalmente e che riporta in scena con la
precisione di un orologiaio. Lavora su tempi dilatati e silenti, unisce
inquadrature rigidamente simmetriche ad un movimento spiraliforme che
tende a chiudersi in sé, a svanire nell’implosione. A tratti sembra
richiamarsi a Kubrick, a quella sua tragica certezza sull’unione
indissolubile tra il manifestarsi del “male” e della razionalità. Ma poi
l’estasi riprende il sopravvento e dalle geometrie di Kubrick si passa
al caos di Bosh e del suo Giudizio universale riecheggiante nelle
torture finali. Ma impressiona la glacialità delle ultime scene: un
silenzio indifferente che mette i brividi e che ancor più di Bosh mi
rammenta l’ineluttabile pessimismo della Flagellazione di Piero
della Francesca.
Ci si può anche leggere – ed è stato spesso fatto – un’allegoria sul
potere. I quattro “signori”, l’Eccellenza, il Presidente, il Monsignore,
il Duca, rappresentano poteri sociali e politici, quello giudiziario,
quello economico, quello religioso e quello dell’aristocrazia. Salò
diviene quindi l’immagine di una degenerazione del potere – ma la cosa
mi appare semplicistica – o più probabilmente la lucida constatazione
che il “potere” è, come il “male”, fine a se stesso («la sola vera
anarchia è quella del potere» afferma il Duca): il potere non è niente
più che un insaziabile appetito. Non esiste conseguentemente rapporto
sociale che non sia rapporto di potere e che – questo sì è molto
pasoliniano – non risponda alla logica della complicità tra vittima e
carnefice. Ricordo bene di aver letto in un passo di Petrolio una
frase che pressappoco diceva: «non c’è disegno di carnefice che non sia
suggerito dallo sguardo della vittima». Se poniamo attenzione al fatto
che Petrolio e Salò risalgono all’incirca agli stessi anni
– tra il ’73 e il ’75 il romanzo, mentre il film data 1975 –
probabilmente sveliamo una chiave di lettura interna - intima e
inconscia – all’autore stesso. Ancora Petrolio: «il Possesso è un
Male, anche per definizione, è il Male: quindi l’essere posseduti è ciò
che è più lontano dal Male, o meglio, è l’unica esperienza possibile del
Bene...» [appunto 65, p. 319]. Salò, quindi, sembra risolversi
intorno ad un dualismo tra la carne che mangia (possiede) e la carne che
viene mangiata (viene posseduta). Omosessualità, sodomia, il “male” del
carnefice che possiede e il “bene” della vittima che si fa possedere…
temi che girano intorno alle ultime opere di Pasolini, fantasmi che
sembrano non dargli pace, ancora “buchi neri” che attraggono ma non
svelano nulla. I fantasmi tormentano Pasolini, come suggerisce anche il
suo amico Alberto Arbasino in una recente intervista sul quotidiano “La
Repubblica” del 21 ottobre 2005: ad una domanda riguardo la sua opinione
su Salò, tra le altre cose Arbasino parla di un film angosciante,
ma «l’angoscia che quel film mi trasmetteva non era tanto per le
immagini che vedevo, quanto perché un amico si era arrovellato su quei
fantasmi». E quali erano i fantasmi su cui si arrovellava il Poeta?
L’esistenza del male? Le torture? Le violenze? Le ingiustizie? Più
probabilmente, parafrasando il film di Jonathan Demme, si trattava de
“l’innocenza del silenzio”, il silenzio rassegnato delle vittime, non di
chi possiede ma di chi viene posseduto. Il suo silenzio.
Nonostante ciò, l’esegesi del film ha sempre trascurato la poetica
pasoliniana – intima, e quindi incomprensibile – per una lettura
ideologica semplice e a tutti comprensibile. Inquadrare Salò
nella “visione antropologica” pasoliniana, quella per intenderci degli
Scritti corsari, non è difficile né errato, in un certo senso
direi che è scontato. Che Salò rappresenti il vertice estremo
della degenerazione del potere può essere suggerito anche dal modo di
porsi e del sesso e della violenza: non c’è alcuna sorta di piacere, non
c’è motivazione contingente, c’è solo fame e voracità, metafore
dell’avidità del potere che si ciba dei corpi altrui, o anche metafora
dell’avidità consumista. Ma i “cazzi” smisurati, le “inculate” che
sovrabbondano in Salò come in Petrolio sfuggono alle
interpretazioni politiche e sociologiche. Eppure Pasolini è stato
soprattutto questo, un esteta del “cazzo” e del “culo”. Ed è in questa
estetica ossessivamente riprodotta che risiedono i suoi fantasmi, che
emerge confuso il senso del “bene” e del “male”. Dice Blangis (il Duca):
«Il gesto sodomitico è il più assoluto per quanto contiene di mortale
per la specie umana; il più ambiguo, per quanto accetta, allo scopo di
trasgredirle, le norme sociali; è infine il più scandaloso, perché pur
essendo il simulacro dell'atto generativo, ne è la totale derisione».
Ecco un esempio di come l’uomo cerca “cultura” all’interno dei propri
istinti naturali.
La mia impressione su Salò – come su Petrolio – è che
queste opere nascondino un tentativo di mettere a fuoco quei fantasmi.
Sembra come se Pasolini giri intorno ai propri “buchi neri” nel cercare
di conoscerli a fondo, dargli ordine, risolverli. Ma non ci riesce, e
l’intelligibilità delle due opere diviene necessariamente parziale ed
insoddisfacente. D’altronde un’opera d’arte non è un rebus: va
ascoltata, non “decifrata”. L’idea di Salò come film metafora sul
potere ha una sua verità ma Salò è sempre qualcosa di più perché
è Pasolini ad essere qualcosa di più. Non sono mai stato attratto
dall’idea che esista una razionalità assoluta, estranea alla dimensione
intimamente umana di chi la pratica; le grandi teorie sociali portano
sempre il marchio dell’individualità e dell’intimità e di chi le crea e
di chi le sposa. Allora il Pasolini sociologo (e l’artista Pasolini) non
può essere disgiunto dall’uomo Pasolini e dalla sua “vita interiore”.
Torniamo a Petrolio, vero scrigno dell’interiorità pasoliniana
(dalla quarta di copertina dell’edizione Einaudi: «...un libro [...] che
è una specie di ‘summa’ di tutte le mie esperienze, di tutte le mie
memorie»). L’appunto 67 intitolato Il fascino del fascismo pone
con evidenza equivalenze e contrapposizioni illuminanti. Si parte
dall’enunciazione di una sorta di motore esistenziale dell’umanità: il
“sentimento del passato”, il tentativo (tragico perché inesorabilmente
fallace) di ricostruire, ripercorrere, immaginare, interpretare la vita
dei padri e il loro passato. La continuità del passato invade tutta la
vita presente: «La stabilizzazione del Presente, le Istituzioni e il
Potere che le difende, si fondano su questo sentimento del Passato,
come mistero da rivivere: se noi non ci illudessimo di rifare le stesse
esperienze esistenziali dei padri, saremmo presi da un’angoscia
intollerabile, perderemmo il senso di noi [...]. Il Fascismo
esprime in modo primitivo e elementare tutto questo: perciò dà il primo
posto alla filosofia irrazionale e all’azione [...]. Il Fascismo è
l’ideologia dei potenti, la rivoluzione comunista è l’ideologia
degli impotenti. [...] I potenti sono anche carnefici, gli
impotenti sono anche vittime» [p. 263, miei i corsivi]. E poche
righe dopo: «Nel potente non c’è ambiguità; e così in coloro che
decidono di obbedire al potente [...] Le vittime sono invece
profondamente ambigue: la loro decisione di rifiutare il potere che
hanno a portata di mano, per crearne un altro in un domani incerto,
improbabile, spesso idealizzato e utopistico, non può non insospettire.
Si può condannare il potente [...] e si possono condannare i giovani che
[...] decidono di stare con i potenti [...] in tutto questo non c’è
niente che insospettisca [...] Anzi, è difficile pensare come mai a
qualcuno possa venire in mente di fare la scelta contraria...» [pp.
263-264]. Concludo il “saccheggio” a Petrolio con l’appunto 126
intitolato Manifestazione fascista (seguito). Ora è Carlo
Valletti (il protagonista dell’incompiuto romanzo) che riflette
osservando al centro di Torino lo svolgersi di un corteo fascista: la
decadenza antropologica che dà forma allo sguardo del Pasolini sociologo
non risparmia nemmeno i nuovi fascisti: «Le persone che passavano
davanti a Carlo erano dei miseri cittadini ormai presi nell’orbita
dell’angoscia del benessere. [...] Facevano pena, e niente è meno
afrodisiaco della pena [...]. Erano dei piccoli borghesi senza destino,
messi ai margini della storia del mondo, nel momento stesso in cui
venivano omologati a tutti gli altri» [p.503]. E poche righe dopo: «I
veri fascisti erano ora in realtà gli antifascisti al potere. Il potente
era Carlo...».
In definitiva, mi sembra che Petrolio chiarisca Salò in
questi termini antitetici:
da un lato abbiamo male = potere = fascismo = carnefice =
possedere sessualmente
e dall’altro abbiamo bene = impotenza = comunismo = vittima =
essere posseduti sessualmente
Insomma, è l’essenza stessa del potere – qualunque potere – ad essere
fascista, e tale potere è sempre ontologicamente “male”.
Mi sembra una chiave di lettura utile per orientarsi meglio nel
labirinto pasoliniano ma, come ho detto prima, lungi da me l’idea di
“decifrare” Pasolini e le sue opere in termini di rebus. La struttura
oppositiva delineata si limita a dare indicazioni, coordinate generali,
tuttavia in nessun modo può essere esaustiva né della poetica
dell’Autore, né di Salò, né di Petrolio. Salò
stesso, a ben pensare, la contraddice: i fascisti carnefici non si
dedicano solo al “possedere” (sessualmente) ma a loro volta si fanno
possedere con gioia. Forse la contraddizione rientra se si pensa che il
farsi possedere dei quattro “signori” non è una passiva e silenziosa
accettazione di una prevaricazione altrui bensì volontaria scelta.
Probabilmente in questo caso non conta più la distinzione tra atto
passivo e attivo, conta l’opzione intenzionale per il gesto sodomitico
che – ripeto la citazione del Duca Blangis già prodotta sopra - «...è il
più assoluto per quanto contiene di mortale per la specie umana; il più
ambiguo, per quanto accetta, allo scopo di trasgredirle, le norme
sociali; è infine il più scandaloso, perché pur essendo il simulacro
dell'atto generativo, ne è la totale derisione». La sodomia quindi è
“male” perché deride la vita e la mortifica mentre l’accettare in
silenzio, da vittima rassegnata, la prepotenza della possessione è, per
Pasolini, il “bene”, e si tratta di un “bene” a forte connotazione
politica e rivoluzionaria. Ma il “male”, nell’Italia dei primi anni ’70,
ha trionfato inesorabilmente sul “bene” dell’utopia comunista e Pasolini
ne prende nota nell’osservare l’umanità che vive nelle nuove periferie:
«...quella gente non opponeva più la sua cultura a quella dei
padroni, quella gente non conosceva più la santità della
rassegnazione, quella gente non conosceva più la silenziosa
volontà della rivoluzione» [Petrolio, appunto 124, p. 497,
corsivi dell’Autore]. L’omologazione televisiva cambiava la gente e
faceva morire le grandi utopie rivoluzionarie: quella fascista, “virile
ed ascetica” (vedi appunto 126, p. 503), e quella comunista, forte nella
misura della sua rassegnazione e del suo silenzio. Ma se il fascismo
moriva come utopia rivoluzionaria, esso permaneva ineliminabile
nell’esistenza maligna del Potere.
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