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Un uomo solo al comando

La tragica bellezza di Appuntamento a Belville, film d’animazione di Sylvain Chomet

 (pubblicato su Amnesia Vivace, rivista on-line n°13 03-2005 ISSN 1722-2737)

 

 

[FIGURA 1]

 

Appuntamento a Belville (Les Triplettes de Belville)

Soggetto, sceneggiatura, regia di Sylvain Chomet

Produzione: Les Armateurs, Francia, 2003

 

Di tutte le creazioni dell’essere umano, due – e solo due - sfuggono senza speranza ad ogni tentativo di esaustiva comprensione: una è la vita stessa (e la morte che ne è il complemento), l’altra è l’arte:

«…è difficile parlare dell’arte. Quando è fatta di parole nelle arti letterarie, tanto più quando è fatta di colori, suoni, pietra o che altro in quelle non letterarie, pare che esista in un mondo tutto suo, al di là della portata delle parole. Non solo è difficile parlarne: sembra inutile farlo. […] L’evidente inutilità di parlare dell’arte sembra allearsi ad una profonda necessità di parlarne senza fine.» (Geertz, Antropologia interpretativa, Il Mulino, 1988).

Di fronte alla visione di Appuntamento a Belville, si soffre del paradosso evidenziato da Geertz, per cui la creazione artistica è sostanzialmente inenarrabile. Al povero cronista, che vuol trasmetter ai lettori qualcosa di senso compiuto in merito a ciò che ha visto, non restano che due strade: l’analogia e il sezionamento. Ambedue dicono qualcosa ma ambedue falliscono miseramente quando tentano di giungere ad una comprensione chiara e totale. Ma alternativa non c’è, e allora... iniziamo con l’analogia.

Vediamo un po’: se fosse musica potrebbe essere una lenta ballata psichedelica partorita dalle placide allucinazioni della mente di Syd Barrett; se fosse letteratura, mi viene in mente il surrealismo esagerato – strutturalmente prossimo al mito - di G.G. Marquez dei Cent’anni di solitudine, condito da quel senso, tutto “postmoderno”, di solitudine esistenziale dell’individuo perso nella grande città (già anticipato da Céline nel suo Voyage au bout de la nuit); se fosse teatro potrebbe essere ben realizzato da Eimuntas Nekrosius, ma anche dal Teatro della Valdoca o dai romani del Circo Bordeaux. E se fosse pittura?

È pittura, di impianto sostanzialmente naif per la ricchezza “pura” dei colori, e per la semplicità al tempo stesso fiabesca con cui vengono rese le scene, in particolar modo nella prima parte del film – quella d’ambientazione francese [FIGURA 2] -; una semplicità che scivola nella seconda parte – quella “americana” – verso atmosfere più cupe, dove il sogno rasenta l’incubo, dove la fiaba della tranquilla provincia francese viene inghiottita dagli onirici, deformati e accatastati, sfondi metropolitani, quasi medievali nella loro mancanza di proporzioni ma anche tipici delle avanguardie espressioniste (Belville come Metropolis) [FIGURA 3]. E in tale contesto, si muovono figure descritte con tratti semplici ma incredibilmente espressivi: un’essenzialità che va dai visi stilizzati debitori dei lavori di Henri de Toulouse-Lautrec [FIGURA 4] ai rubicondi corpi prossimi all’esplosione che sembrano omaggiare l’estetica di Botero [FIGURA 5].

Ed ora il sezionamento. Un elevato livello qualitativo in tutti gli aspetti tecnici:

- un soggetto e uno story board geniali, che narrano una favola triste che non fa piangere ma sorridere, immalinconisce e diverte;

- un montaggio armoniosamente lento (pur se non privo di improvvisi scatti), di quella lentezza raffinata che rivendica la superiorità dello slow sul fast;

- una preferenza – assolutamente coraggiosa e commercialmente suicida – per la gestualità rispetto al parlato, con omaggi evidenti al cinema muto;

- e poi le bellissime ambientazioni, che fondono il sogno americano e l’incubo metropolitano attraverso la rappresentazione di strutture architettoniche alterate e visionarie ma assolutamente contestuali ai personaggi che le animano, e attraverso l’uso di colori vivi e accesi, eppure lontani anni luce dal patinato e superficiale stile Disney;

- moderna e nel contempo “antica” l’animazione, con una base di disegno tradizionale perfettamente integrata ed arricchita dall’uso intelligente delle tecniche in 3D;

- una colonna sonora eclettica, che va dal jazz vocale di stampo music-hall (che, ripetuto ossessivamente in loop, non sfigurerebbe in un cd degli Stereolab) a eccezionali performance percussive (il concerto delle triplettes con frigorifero, giornale, aspirapolvere, sembra anticipare l’industrial degli Einstürzende Neubauten);

- splendido, infine, il character design dei personaggi, espresso con figure umane esagerate, caricaturali e grottesche (il viso affilato di Champion, la zoppia di nonna Souza, l’obesità del cane Bruno e dei cittadini di Belville), stilizzate e dettagliate nello stesso tempo [FIGURA 6].

La divertente favola triste inizia in Francia, dove la nonna Souza guarisce  l’ignavia del piccolo Champion col regalo di un triciclo. E Champion inizia a pedalare, prima col triciclo, poi con la bicicletta e infine - sempre allenato dalla paziente e ostinata nonna – addirittura in gara al Tour de France. Ed è proprio in una tappa montana del Tour - quando lo spettatore si aspetta l’inevitabile vittoria del protagonista, brutto anatroccolo che diviene cigno - che la storia vira sorprendentemente verso un’altra direzione: Champion viene rapito da un malavitoso e portato in America dove, schiavizzato dalla mafia francese, diviene ingranaggio e vittima di un giro di scommesse clandestine. Come un toro in una corrida, come un gallo in un combattimento, come un cristiano al Colosseo, Champion è destinato alla morte (e qui è splendida la citazione della scena della roulette russa ne Il cacciatore di Cimino, con le urla degli scommettitori che puntano soldi sulla morte dei giocatori), ma viene salvato dall’intervento in stile Hollywood della nonna, che ne ha seguito le tracce dalla Francia e che viene aiutata in questa impresa da tre arzille vecchiette, ex stelle del music-hall ed eccezionali divoratrici di rane [FIGURA 7].

Ovviamente, questa stringata sinossi dell’intreccio non rende assolutamente giustizia all’enorme insieme di rimandi, citazioni, addentellati, sottotesti, metasignificati, ecc. che sprigionano da quei visi appena tratteggiati e semi inespressivi.

La visione del binomio Souza – Champion è un dejà-vu, un ricordo inconscio che riaffiora dalle fogne dove era stato cacciato. È come se – schiacciati da anni di dittatura delle chiassose animazioni americana e giapponese – si venisse improvvisamente risvegliati da una reminiscenza di verità; come se il silenzio, la lentezza, la malinconia del film, rivelassero improvvisamente sopiti ricordi di casa. Forse è la Storia, la nostra storia di europei che libera la sua vecchia voce. In Souza e Champion, nonostante il lieto fine del film, vi è condensato un pensiero tragico sulla vita. Intanto ci sono i brutti corpi e visi, lontani anni luce dalla perfezione patinata con cui l’umanità odierna si fa divina. Qui c’è la specie umana che sorge dal fango, priva di sorrisi, priva di certezze ottimiste, ma immersa in quella bruta semplicità che deriva dalla consuetudine al lavoro manuale. Ed è forse un caso che è nel ciclismo l’unica via d’uscita, l’unica luce di speranza nella vita dello spento Champion?

Sport antico il ciclismo, anzi: strutturalmente antimoderno (almeno fino a pochi anni fa); sport povero e popolare per eccellenza; anti-sport, se si pensa allo sport come lussuosa e borghese evasione dal lavoro e ci si ricorda che fino a pochi anni fa la bicicletta era lavoro, sudore, fatica. “Zitto, pedala e suda”, ed è quello che Champion fa per tutto il film [FIGURA 8].

In Champion manca totalmente un qualunque tratto espressivo o caratteriale “moderno”. Lo sguardo è placido, passivo, quasi bovino, privato di un minimo guizzo di orgoglio, ambizione o rabbia. Eppure questo non è esatto, o meglio: non esaustivo. Viene contraddetto dalla compresenza nella sua persona di un carattere imperiosamente umano: l’andare avanti, sempre e comunque, con l’ostinazione di un mulo che non sa perché va né dove va ma va.

E se Champion è l’homo faber, sua nonna Souza è l’amore assoluto, privo di confini e di compromessi, ma anche privo di scelta. In linea col resto del film, l’amore di Souza è caricato e grottesco: sfida l’Atlantico sopra un pedalò e sfida la grandiosità della metropoli moderna e sfida la criminalità organizzata. Sfida e vince. Eppure, anche in queste vittorie, resta sullo sfondo un senso di tragica necessità, di mancanza di alternative; un andare avanti sempre, oltre ogni ostacolo, come se nelle sfide di Souza e nel pedalare di Champion risuonassero le parole di Sonja rivolte al suo Zio Vanja:

«Che fare? Bisogna vivere! Noi vivremo, Zio Vanja. Vivremo una lunga, una lunga sequela di giorni, di interminabili sere. Sopporteremo pazientemente le prove che ci manderà la sorte. Faticheremo per gli altri, adesso e in vecchiaia, senza conoscere tregua. E quando verrà la nostra ora, moriremo con rassegnazione e là, oltre la tomba, diremo che abbiamo patito, pianto, sofferto amarezza.» (Cechov, Zio Vanja, Einaudi, 1991).

Chomet, mi sembra strutturi il film intorno a due dualismi fondanti (e complementari): quello tra Francia (e con la Francia l’Europa intera) e America; quello tra “tradizione” e modernità. Queste contrapposizioni sono affrontate con leggerezza ed ironia, senza scadere nel facile moralismo, eppure si pongono con evidenza. Se da una parte, quindi, c’è la Francia rurale che trova il proprio ritratto nell’eroismo epico del Tour de France (epica che da anni il Tour non ha più), dall’altra parte c’è l’America metropolitana che con le megalopoli giganti e deformate schiaccia nell’impotenza e nella solitudine l’individuo. Dietro i simpatici stereotipi nazionalistici che si fronteggiano - rane contro hamburger, obesità (americana) contro alcolismo (in vino veritas, è il motto dei mafiosi francesi) - resta la sensazione di due mondi che non si parlano (o si parlano sempre di meno).

In definitiva, un film profondamente europeo, malinconicamente europeo, forse faziosamente europeo, con quel viaggio di Champion dalla Francia all’America su di un mostruoso Titanic che è un po’ il passaggio di consegne tra la Belle Epoque francese – ultimo fuoco d’artificio d’Europa - e l’era dell’impero americano; un film comunque debitore di un pensiero esistenziale molto più “vecchia Europa” (nell’accezione di Donald Rumsfeld) che “American dream”.

Ma sostanzialmente si tratta di un film divertente, pieno di trovate geniali su cui svettano gli incubi ferroviari del cane Bruno, la passione per le rane delle tre vecchiette e, soprattutto, il superbo finale, vero inno alla magia (e al paradosso) del cinema: la fuga da Beliville pedalando e inseguendo uno schermo cinematografico che, azionato dalla pedalata stessa di Champion, trasmette la soggettiva di un ciclista lungo una strada. Come dire: la realtà virtuale traina la “realtà reale”. In ultima analisi, un film d’animazione buono per adulti e per bimbi, o almeno buono per chiunque, a prescindere dall’età, abbia voglia e coraggio di rompere l’omologante pensiero unico Disney-Pixar.

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