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CONVERSAZIONE CON ENRICO BERNARD,
DRAMMATURGO
(pubblicata su Amnesia Vivace, rivista on-line n°14 06-2005 ISSN
1722-2737)
Intanto una piccola presentazione. Leggendo in internet una tua
biografia si resta colpiti dalla varietà della tua presenza in
differenti ambiti artistici e intellettuali: sei autore teatrale,
giornalista, saggista, traduttore, editore, regista cinematografico.
Tutte queste attività hanno pari spazio nella tua vita professionale o
qualcuna - per esigenze economiche o per scelta affettiva – prevale
sulle altre?
Sono mestieri complementari: si integrano perfettamente nell'attività
intellettuale ed artistica. Comunque, non esercito più (non me la fanno
più esercitare) l'attività di giornalista con la quale mi sono mantenuto
per venti anni. E' un mestiere, quello del giornalista (parlo da ex) che
mi ha insegnato molte cose ed ha contribuito alla mia formazione di
scrittore. Gli altri mestieri invece li vivo come un tutt'uno
"rinascimentale", enciclopedico, tanto per usare parole grosse.
Comunque, andiamoci piano col "regista cinematografico", ché ho solo
avuto la fortuna di poter realizzare alcuni piccoli film tratti dalle
mie opere teatrali e di aver azzeccato l'operazione sotto il profilo
commerciale e distributivo: costi 1 incassi 2. Tutto con la forza della
disperazione!
Due tuoi testi teatrali, Un mostro di nome Lila e
Cenerentola assassina, sono stati trasformati in lungometraggi
cinematografici di genere erotico, da te stesso diretti. Ora, a meno che
tu nella trasposizione cinematografica non abbia apportato significative
modifiche, devo supporre che anche i due testi teatrali avessero uno
spiccato contenuto erotico. Mi interessa approfondire questo aspetto:
mentre nel cinema il genere erotico ha da tempo spazio e linguaggio
definiti, altrettanto non accade nel teatro. Esiste un “teatro erotico”,
dove il cuore della rappresentazione è l’eros? E come si può
rappresentare l’eros a teatro?
I due testi cui ti riferisci hanno per tema l'erotismo, ma non sono di
per sé erotici. In Un mostro di nome Lila ho cercato di
dimostrare come la perversione di una sessualità vissuta come "colpa"
porti al distacco dagli istinti naturali e alla follia. In
Cenerentola assassina l'erotismo è lo strumento di una ragazza che
induce un coetaneo al suicidio. Quindi dialettica eros-tanatos. Le
rappresentazioni teatrali di queste due opere non hanno però nessuna
caratteristica erotica, se intendiamo l'erotismo come genere definito
dal nudo che scatena una sensazione stimolante. Ma c'è nudo e nudo! Nei
miei testi il nudo è usato come provocazione o come strumento
drammaturgico (la ragazza usa il suo corpo per irretire il giovane che
dovrà suicidarsi). Niente di "patinato" dunque, niente di erotico. Del
resto, l'erotismo secondo me non è adatto al teatro per una serie di
ragioni: la distanza dal soggetto osservato, il senso di pudore che si
diffonde tra gli spettatori che vedono, ma sono anche visti dagli altri
spettatori, ecc. Per questo, volendo tradurre il testo teatrale in
linguaggio "erotico", cioè estrapolarne le sue potenzialità magari anche
commerciali, ho dovuto trasferirmi dal teatro alla macchina da presa.
Devo però confessare che l'erotismo dei miei film è strumentale, cioè
serve ad attirare un pubblico più vasto, altrimenti poco incline alla
drammaturgia, a tollerare una dose di concettualità che altrimenti non
riuscirebbe a sopportare. Perciò è importante sapere che il genere che
io propongo, e che viene anche messo in evidenza dalla distribuzione
delle mie opere, è "erotico-filosofico". Spiritosamente Eva Henger -
interprete di "Lila" con Arnoldo Foà e Giampaolo Innocentini - mi ha
ribattezzato Tinto Fass-Bernard, sintetizzando così le tre anime del mio
percorso cinematografico: erotico, underground e filosofico. Un
concentrato insomma di Brass, Fassbinder e del sottoscritto. Una chicca:
ho appena finito di girare per una produzione internazionale low-budget
un'altra versione di Un mostro di nome Lila in inglese col nuovo
titolo di Transfert. Interpreti Joseph Natelle (già protagonista
di Cats) e Giorgia Massetti (lanciata da Helen Hunt in The
good wooman). Ebbene, in questa versione per l'America non c'è una
sola scena di nudo.
Nel tuo Autori e drammaturgie cataloghi ben 600 autori
italiani rappresentati tra il 1950 e il 1990. Una fecondità
impressionante, ma quantità non significa automaticamente qualità: se
togliamo i soliti 5 o 10 nomi ben noti, cosa resta? Possiamo parlare di
“qualità” riferendoci alla drammaturgia italiana degli ultimi decenni?
Possiamo ipotizzare che il peso di questa drammaturgia italiana sia
stato pari a quelle coeve di area anglosassone o mitteleuropea?
Una drammaturgia nazionale che vanta in meno di un secolo ben 2 Premi
Nobel (Pirandello e Fo) e un Nobel "in pectore" (Eduardo), una
generazione di grandi autori nel periodo ante e post bellico (Betti,
Fabbri, Rosso di San Secondo, Savinio ecc.), una generazione di nuovi
autori a partire dagli Anni '80 ricchissima di idee ed anche di un certo
successo non solo teatrale ma nel trasferimento dalla scena allo schermo
cinematografico, è una drammaturgia all'avanguardia. Sicuramente non
inferiore alla nuova drammaturgia di lingua tedesca (il termine
"mitteleuropeo" preferisco usarlo per definire un periodo storico, più
che nazionale). Personalmente vedo nella "quantità" della drammaturgia
italiana molto caos - gli autori ad esempio scrivono troppi testi,
spesso inutili, anziché dedicarsi ad un lavoro drammaturgico
teorico-saggistico -, eppure anche molta qualità. Alzerei quindi la
quota dei 5 o 10 nomi per arrivare ad almeno una cinquantina di autori
di rilievo, anche se non tutti purtroppo di successo. Ma qui entra in
ballo la particolare situazione italiana: non si è mai fatta una legge
come nei paesi anglosassoni per favorire ed anzi imporre (Stati Uniti)
la propria drammaturgia nazionale.
Appunto, parliamo della «particolare situazione italiana». Metto da
parte il concetto di “qualità” e introduco quello di “peso”: il peso
della drammaturgia contemporanea italiana nel contesto teatrale europeo
è irrisorio; il peso della drammaturgia contemporanea italiana nell’
“industria” teatrale nazionale è prossimo allo zero. Ovviamente ci sono
eccezioni, ovviamente qualche nome nuovo ogni tanto appare, ma in genere
non esiste in Italia un sistema collaudato di “coltura” della
drammaturgia, di cura, sostegno, selezione, diffusione dei tantissimi
testi teatrali che ogni anno la creatività nazionale produce. Quali le
cause? Quale la cura?
Parliamoci chiaro: il problema nazionale, non solo nel teatro ma in
tutti i settori della vita pubblica e culturale, ha un nome: la
raccomandazione. Hai voglia di fare una legge per il teatro, se poi la
telefonata dell'Assessore o del Sottosegretario, da cui dipende un
finanziamento, prevale sul merito e sull'interesse. Quale cura? Io sono
per il taglio completo dei finanziamenti a pioggia, a cascata e a
rubinetto. Lo Stato deve fornire solo mezzi, servizi e strutture: sale
prove, tecnici, attori dell'accademia, circuito più un premio di
produzione per le novità italiane. Se Proietti vuole mettere in scena
Taxi a due piazze può farlo benissimo autofinanziandosi. Secondo:
non si capisce perché, nonostante Mediaset e Rai sbandierino l'esistenza
di Tv digitali, terrestri e aerospaziali, non ci sia ancora un canale
dedicato alla drammaturgia nazionale, come c'è invece in Francia e paesi
di lingua tedesca (Arte, Theaterkanal della ZDF). Se una compagnia
ricevesse servizi, strutture, circuito, premio di produzione e diritti
Tv per produrre autori italiani, penso che non staremmo a parlare di
queste problematiche.
Si può individuare oggi l’esistenza di uno stile drammaturgico
predominante (in Italia come all’estero), come in qualche modo lo è
stato nei decenni scorsi il c.d. “teatro dell’assurdo”? Ma forse, a
leggere autori come Sarah Kane o Mark Ravenhill, si direbbe che ancora
non siamo riusciti a liberarci di Beckett & c., non trovi?
Ogni autore ha una sua drammaturgia, uno stile, se è - come dice
Pirandello - vero autore. Posso quindi dare, in questo caso, solo una
risposta personale: Beckett fa parte del mio background come altri
autori (penso al romantico tedesco Ludwig Tieck di cui Pirandello si è
appropriato con qualche licenza di troppo e con scarsa riconoscenza).
Però, come autore, il mio tentativo è quello di elaborare una
drammaturgia personale. Come osservatore, invece, ritengo che il teatro
italiano, salvo eccezioni (D'ambrosi ad esempio), sia malato di
naturalismo più che di "beckettismo". E il naturalismo, quando non c'è
uno scarto drammaturgico, diventa spesso fine a se stesso, "vuota
rappresentazione" anziché "rappresentazione del vuoto". Dice Ionesco:
«Le parole sono pietre, il resto sono chiacchiere». Ecco, secondo me il
nuovo teatro italiano è malato di chiacchiera. Il fatto è che le parole
sono uno strumento drammaturgico, ma in esse non può esaurirsi la
drammaturgia. Altrimenti preferisco il nuovo Teatro Documento di
Celestini o di Paolini dove il realismo diventa strumento didattico e di
conoscenza.
Mi riallaccio alla tua ultima risposta: «le parole sono uno strumento
drammaturgico, ma in esse non può esaurirsi la drammaturgia». Viviamo un
momento in cui la scrittura scenica non verbale, non vincolata
rigorosamente ad un testo scritto, si sta facendo sempre più strada.
Tanto il pubblico quanto la critica sembrano particolarmente attratte
verso quegli ambiti dove il prodotto dell’autore drammatico si ritaglia
al più un ruolo di “ispirazione” o di canovaccio. La “vecchia”
letteratura teatrale (il copione) indietreggia di fronte al “testo
spettacolare”, insieme di segni verbali, somatici, visuali, sonori,
figurativi ecc., che assegnano al regista un potere demiurgico, una
assoluta supremazia creativa a danno dell’autore tradizionale e spesso
anche dell’attore. A volte si ha l’impressione che nella produzione di
uno spettacolo un buon testo ha al massimo lo stesso valore di un bel
costume o di un buon pezzo musicale o di un buon video. Concordi con
questa mia sintetica diagnosi? In questo contesto, quale è il futuro
della “tradizionale” letteratura teatrale? A rischio di essere
iperbolico: se nascesse oggi un nuovo Shakespeare verrebbe rappresentato
“così com’è”, senza correre il rischio di essere smembrato, campionato,
adattato, ricontestualizzato dal solito regista creativo?
Se parliamo di "testo-spettacolo", cioè del momento della
rappresentazione di un'opera - letteraria, finché non va in scena - come
un dramma o una commedia, concordo sul fatto che gli apporti visivi,
musicali e di regia possano sostituire o sovrapporsi alla parola e al
testo. Anzi, un buon testo deve prevedere questi ulteriori apporti
creativi. Non vedo conflitti tra il momento della scrittura con quello
dell'interpretazione e della messa in scena. Il problema non è
rappresentato dalla "parola", ma da cosa e perché viene scritto e detto.
Teniamo infatti presente che "testo" è anche il beckettiano Atto
senza parole che è pur sempre scrittura teatrale. Anche i film muti
avevano un copione e il recente bellissimo film senza parole Ferro
ha una sceneggiatura, ecco, di ferro. La "sperimentazione" che puntava
su un teatro di sola espressività sonora, visiva (e di stati d'animo) ha
i suoi testi forti, altro che "semplici canovacci". Ad esempio, le opere
- pubblicate - di Rem e Cap sono molto interessanti anche sotto forma di
scrittura teatrale. Con ciò voglio dire che non è concepibile un teatro
(o un cinema) non scritto - con o senza parole "dette", battute. Qui
sorge forse il problema: se le parole, le battute, di un testo non
sottostanno ad una drammaturgia, non saranno mai "letteratura teatrale",
ma vuoto chiacchierio, quindi elemento di disturbo anziché di godimento
artistico. E di cosa è fatta una drammaturgia? Anzitutto di un "senso".
L'autore deve cioè porsi il primo problema: perché e per chi scrivo?
Cosa voglio dire? Deve cioè "autocontestualizzarsi". Poi deve sviluppare
un "dramma", cioè una narrazione teatrale che faccia ad ogni battuta
sorgere spontanea una domanda nel lettore/spettatore: e poi? Che
succede? Infine viene lo "strumento" della comunicazione, la parola che,
in teatro come in cinema, può anche non essere detta, ma interpretata
(silenzi, pause, sguardi, movimenti ecc.). Allora le battute di un
copione devono essere "indispensabili", venire da sé, rendersi
insostituibili. Quando un testo ha queste caratteristiche di interesse
di trama narrativa, di senso contestuale e di essenzialità (non povertà)
di linguaggio, saremo di fronte ad un capolavoro sia letterario che
teatrale. Capolavoro che un regista interpreterà giustamente a suo modo,
ma non sarà costretto a tagliuzzare per motivi di noia, inutilità e
ridondanza, né a "contestualizzare". Il futuro della scrittura teatrale
è, infine, nella sua ancestralità e nella sua "proiezione" attraverso
nuove tecnologie, a partire dal cinema. Infatti, il testo è la forma più
antica di letteratura (la stessa poesia antica è pensabile solo sotto
forma di espressività orale, cioè come spettacolo), ma anche la più
moderna: il testo - nella sua versione dinamica: sceneggiatura - è la
base del cinema. Cinema che sta al teatro come l'invenzione di Gutemberg
(cioè la riproducibilità) sta al romanzo. Del resto, per tradurre un
romanzo in film non si fa quasi altro che estrapolare i dialoghi per poi
trasferirsi in un Teatro di Posa (o Prosa?), che sempre teatro è. Scava
scava sotto il romanziere e trovi sempre un drammaturgo, se si tratta di
un bravo romanziere: perché anche la base del romanzo è "teatrale"
(dialoghi o monologhi interiori). Lo stesso dicasi naturalmente per lo
sceneggiatore.
Nel 1993 hai pubblicato sulla rivista “Ridotto” il Manifesto del
Teatro S-naturalista, la tua personale elaborazione teorica di un
teatro che sia moderno, attuale, vivo e attivo in rapporto alle
problematiche individuali e collettive che investono l’uomo del terzo
millennio. A distanza di più di un decennio ritieni che quel tuo
intervento sia riuscito a “smuovere le acque”, a suscitare un dibattito,
a porre le basi per una riflessione sulla natura e sul ruolo del teatro
nella società moderna?
A smuovere le acque sì, a suscitare un dibattito meno. Il fatto è che
sicuramente il mio Manifesto, unitamente alla rappresentazione
dei miei testi, ha contribuito ad una reazione al minimalismo che allora
imperversava. Del resto, non a caso ho tenuto a battesimo una
generazione di attori in cerca anche loro di nuove strade ed idee:
Danilo Nigrelli, Daniela Giordano, Paolo Musio, Gea Lionello, Giorgia
Trasselli ecc. Il fatto poi che il mio Manifesto sia tutt'ora
pubblicato nel sito di Dario Fo e che dal 2002 io sia invitato dalle
università americane e canadesi per tenere conferenze sul Teatro
S-naturalista, tutto ciò è segno di un interesse sempre vivo. Ho anche
ricevuto alcuni riconoscimenti ufficiali per la mia attività: la
Maschera d'Argento del Teatro Italiano, un premio dell'Istituto del
Dramma Italiano per la commedia più significativa del movimento
s-naturalista (Magnetic theater play), nonché la pubblicazione in
tedesco - e tra qualche mese in inglese - del mio Manifesto. Dico
tutto questo non per vantarmi, ma per spiegare che non posso lamentarmi
dell'attenzione ricevuta. L'unica cosa di cui mi rammarico è lo scarso
dibattito intorno al Manifesto che è stato "digerito", assimilato
e che comincia addirittura ad essere considerato sotto un profilo
storico, ma che non ha suscitato appunto alcuna discussione tra i
colleghi autori, nel bene e nel male. Ho allora il timore che il mancato
dibattito tra autori sia un problema in più, cioè un negativo segnale di
arretramento e impoverimento della nuova drammaturgia sotto il profilo
teorico. Fatte salve naturalmente alcune significative eccezioni, tra
cui cito solo il Teatro Patologico di Dario D'ambrosi, mi sembra che la
maggioranza degli autori difetti non tanto di capacità di scrittura, ma
di innovazione drammaturgica. Ricapitolando credo di essere riuscito a
«smuovere le acque», di non essere riuscito a «suscitare un dibattito» e
di aver comunque gettato «le basi per una riflessione sulla natura e sul
ruolo del teatro». Riflessione che passa anche per il discorso sul
digitale e sul teatro/cinema, alias le nuove tecnologie, che utilizzo
dal 1996 e che rappresentano secondo me l'ancora di salvezza del teatro.
Il Manifesto ragiona intorno ad una netta distinzione tra
forma e contenuto (della rappresentazione teatrale). Afferma che il
teatro può – e deve – farsi carico di una «rivoluzione dell’esistente»
attraverso l’uso di una struttura formale «leggera», “s-naturante” la
realtà stessa. L’inevitabile pesantezza del contenuto è teatralmente un
impaccio se non si riesce ad “alleggerirlo” e “snaturarlo” e quindi in
qualche modo a tras-formarlo, rivoluzionarlo. Si può, insomma,
teatralmente gestire la pesantezza della realtà solo trasformandola
nella forma. Ora, se non ho frainteso, mi sembra che convivano in questa
elaborazione una forte consapevolezza del ruolo sociale e politico
dell’atto teatrale unitamente all’idea che tale ruolo possa
efficacemente realizzarsi solo attraverso un suo camuffarsi nelle vesti
di una “leggerezza disimpegnata”. Sintetizzando: dobbiamo dunque
riesumare l’anarchico “una risata vi seppellirà”?
Nella tua domanda c'è il 99% della risposta. Aggiungo solo che non si
tratta tanto di una risata ma di un ghigno, del tipico ghigno di chi è
indeciso tra commozione e derisione, pianto o riso?, della propria ed
altrui sorte (umana, sociale, terrena). La leggerezza del teatro
S-naturalista sta allora nel saper sempre tenere aperte le porte del
paradosso e della catarsi, in modo che non si sappia se piangere o
ridere per la condizione di un personaggio emblematico (quanto sono
ridicoli e tragici al contempo Edipo ed Amleto, Re Lear e Ubu!). Quindi
sì, una risata vi seppellirà, ma ridendo vi verrano le lacrime agli
occhi: ecco che cosa deve suscitare il teatro. Ed il Teatro
S-naturalista non è altro che un richiamo - un "Richiamo all'ordine" per
dirla con Cocteau - a questa essenza arcaica del teatro. Sempreché il
Teatro voglia avere una natura e una ragion d'essere.
Classica domanda da fine intervista: su cosa stai attualmente
lavorando? Quali i tuoi progetti per il futuro? Fuggire da quest’italietta
ormai imbarbarita?
Sto montando un film in inglese tratto dalla mia commedia Un mostro
di nome Lila. Sarà pronto a fine luglio. Ho una commedia nel
cassetto che mi aspetta per un'ultima stesura cui mi dedicherò in
agosto. Infine, sto per pubblicare su una rivista americana un saggio
sul teatro italiano "de" e "su" gli anni di Piombo, ed un saggio su
Pirandello lettore di Tieck sulla “Rivista di Studi Germanici”
diretta da Paolo Charini. Per ora mi basta. Fuggire dall'Italia? Già
fatto. Sono cittadino svizzero. Devo però dirti che l'Italia, con tute
le sue diaspore e contraddizioni, nel bene e nel male, è un paese
interessantissimo per un drammaturgo. Altrimenti, dove potevano nascere
Eduardo e Dario Fo?
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